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Le leggende

“El sass delle strie” (Il sasso delle streghe)
In tempi lontanissimi, la dolce figlia di un ricco mercante dei Grigioni, valicate le sette montagne di cristallo, scendeva nel ridente paese di Peio, adagiato ai piedi dell’antico castelliere. Il giovane Re della valle, che in quella zona teneva corte, ammaliato dalla bellezza della fanciulla al cui fascino non sapeva sottrarsi, tutte le notti saliva a Valpiana per incontrarla. Il padre di lei, contrario a questo amore, si era accordato con una vecchia strega che viveva a Saroden, nei pressi di un grosso sasso erratico attorno al quale convenivano tutte le “strie” della valle per compiere i loro infernali incantesimi. In una tragica notte stellata il Re della valle, con i suoi uomini carichi di preziosi doni per la donzella, salì, come era sua consuetudine, a Valpiana. La vecchia megera, che vagava nel buio, li vide e, invidiosa di tanto sfarzo, decise di impossessarsi di tutte quelle ricchezze. Accesi i fuochi nelle “coppelle” del masso, che servivano per i riti magici delle streghe, trasformò il principe e i suoi seguaci in pietre informi. Ancora oggi chi sale al Vioz ed al Cevedale attraverso la Malga Saline passa accanto al “Sass delle Strie” sulla dorsale del “Filon dei Omeni” che con il suo nome rammenta l’antico incantesimo. Più a destra si profila la “Pala della Donzella”, a ricordo della giovane innamorata, mentre nella conca a sinistra, il “Redival”, immobile e maestoso, pare vigilarla.



La chiesetta del Vioz
Tanto tempo fa, il principe Adalberto, figlio del Re Berengario, per vendicare l’oltraggio subito dal padre da parte dell’Imperatore di Germania, decise di incamminarsi verso settentrione, valicando le sette montagne di cristallo. Adalberto, in questo suo lungo cammino, aveva tre soli compagni, il suo cavallo Vioz, la spada che non conobbe mai sconfitta e il fuoco della vendetta che gli ardeva nel cuore. Cammin facendo il Principe, desideroso di conoscere il suo futuro e quello della sua patria, interrogò, su suggerimento del fedele e saggio Vioz, la fonte che incontrò ai piedi delle bianche montagne. La risposta fu tragica: avrebbe subito una misera sorte, in conseguenza delle invasioni e delle devastazioni che strazieranno la sua patria. La disperazione fu totale al punto di invocare la morte per sé e per il suo cavallo tanto amato. Fu esaudito e Vioz cadde ai piedi dell’alta montagna. Adalberto, salita l’erta faticosa, si lasciò morire sulla roccia che sporgeva dal ghiacciaio. Villa, la madre disperata, vagando sui monti alla ricerca del figlio, trovò una pergamena vergata da lui prima di morire, in cui esprimeva il desiderio che il monte su cui giaceva portasse nei secoli il nome del suo fedele cavallo Vioz. Le lacrime di Villa erano lacrime di sangue, che, scendendo lungo il pendio della roccia, arrossarono il ghiacciaio sottostante che da allora fu chiamato “Vedretta Rossa”. Mille anni dopo molti altri eroi come Adalberto subirono la stessa sorte, per la gloria della patria, tra le sette montagne di cristallo e perché il ricordo di tutti i morti potesse essere lassù custodito, fu costruita sulla cima Vioz la più alta chiesa d’Europa.



“El croz dela monega” (Il sasso della monaca)
Si narra che il 19 luglio 1620 i Grigioni, non volendo cedere la valle alta dell’Adda alla Valtellina, piombarono su Bormio assetati di vendetta, compiendo quello che fu definito il “Sacro Macello”. Una parte della popolazione riuscì a mettersi in salvo sui monti o fuggendo nelle attigue Valle di Sole e Valcamonica, ma la strage fu ugualmente cruenta e devastante. Anche il convento dove viveva la dolce monachella Gesualda fu teatro dell’orrendo massacro e così la giovane, che nel cuore non desiderava altro che poter vivere in preghiera in quella casa del Signore, per sfuggire a morte violenta si trovò costretta a fuggire attraverso i monti. Tra i casolari dei Santa Caterina di Valfurva e poi su fino al ghiacciaio del Corno dei Tre Signori, attraversando il Valico della Sforzellina, finalmente arrivò nella rigogliosa valle del Noce dove l’accolse l’ospitale Peio. Gesualda si stabilì in questo luogo, accolta con amore dalla colonia di carbonari che in valle si erano insediati per lavorare nelle miniere; gente semplice e forse un po’ primitiva nei modi, dalle vesti sempre sporche ma dal cuore buono e generoso. Come rifugio la monachella scelse un masso che si trovava lungo il torrente che scende dalla Taviela, della grandezza d’una casa, con un grosso taglio trasversale che creava il luogo adatto a custodire il suo riposo e la sua preghiera. Gesualda divenne ben presto una vera “Madonna” per la gente di Peio, sempre pronta a portare il suo aiuto alle donne accudendo i bambini, insegnando loro il catechismo, portando un sorriso… Una sera d’inverno, mentre la neve scendeva silenziosa dal cielo e dopo che per tutto il giorno nessuno aveva visto la solerte monachella, i carbonai si incamminarono ansiosi verso il sasso. La trovarono assorta nel sonno eterno, serena e luminosa, trasfigurata dalla gioia dell’incontro con lo sposo amato. Si narra che nell’aria aleggiava un dolce profumo di primavera. Da quel giorno, finché durò in valle il lavoro dei carbonai, di generazione in generazione, di padre in figlio, si invocò la protezione della “Madonna” che tanto bene aveva portato alla valle e ancora oggi chi passa ai piedi della Taviela, sopra le antiche case di Peio, può vedere questo sasso spaccato nel mezzo.



Gli spettri di Maso Castra
Era da giorni che la Teresa, la Tonia, la Sandrina e la Rachele sentivano parlare di uno strano vociare e di luci vaganti che la sera animavano il Maso Castra, nei prati che da Fucine van verso Comasine. Convinte che in quel luogo si tenessero feste da ballo con i minatori di Comasine, decisero per l’indomani di recarsi anche loro al maso. Dopo aver portato la cena ai loro vecchi che lavoravano il ferro nelle officine verso Vermiglio, si incamminarono per i prati di Castra e giunte al casolare vi trovarono la festa da ballo che avevano immaginato: giovani minatori invitavano le ragazze a ballare. Le quattro amiche si recarono diverse sere consecutive al Maso Castra, ma qualcosa di strano accadeva ai loro cavalieri: ogni volta parevano più pallidi, più magri, la loro voce si faceva ogni giorno più fioca, quasi un soffio. Una sera, mentre ballava tra le braccia del suo cavaliere, una delle ragazze si sentì sussurrare: “Piano a far la volta che il morto ha poca forza”. Lei dapprima non ci badò, ma poi sentì flebile di nuovo “Pianino a far la volta perché il morto non ha forza” e allora si accorse che le occhiaie del giovane, la sua pelle trasparente da mostrar le ossa non erano umane… Sussurrò la scoperta alle amiche e tremanti di paura se la diedero a gambe! La voce si sparse subito nella valle e orami per tutti quelle erano le giovani “che avevan ballato coi morti!”. Erano gli spettri dei minatori morti sepolti da una frana o quelli dei portantini di carbone uccisi dalle valanghe… Forse…






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