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Usi e costumi

Se un uomo anche di soli cent’anni o centocinquanta anni fa ritornasse su questa terra, resterebbe sbalordito per le tante ingegnose invenzioni che hanno trasformato in questi ultimi anni la vita della società. A ritroso nel tempo per cento e più anni si trovano le radici di molti aspetti ancora attuali nella vita familiare e sociale, negli usi e nei costumi tipici della valle.


LA CASA E IL RUSTICO

La popolazione in valle non era numerosa come oggi; la principale occupazione delle famiglie era la pastorizia (allevamento del bestiame – prodotti caseari) e la magra agricoltura alpina. Con la fine del secolo XIV lo scavo del ferro e l’attività mineraria richiamarono a Comasine e in valle numerose genti delle vicine valli dell’Oglio e dell’Adda, ma l’occupazione principale della gente rimase sempre quella del contadino-allevatore. Alle esigenze di questa occupazione si adattò l’edilizia paesana: la casa d’abitazione era per lo più addossata al rustico e le case sorgevano raggruppate e spesso attaccate le une alle altre. In solida muratura, a piano terra avevano il cortile (la cort) e le cantine (i vôlti): servivano per depositarvi attrezzi e cibarie. Al piano superiore (generalmente c’erano due o tre piano oltre il terreno) erano presenti la cucina e le stanze. Centro della casa e della vita familiare erano la cucina e la stanza da letto: la prima aveva un focolare aperto e rialzato dal pavimento, sormontato dalla cappa che conduceva il fumo e l’ampio camino. Dalla cappa pendeva la catena (segòsta) che serviva a sostenere al fuoco le pentole di bronzo. Sui lati del focolare due panche di legno con alti schienali (bancál) permettevano agli abitanti di asciugarsi e riposarsi al fuoco. Il pavimento era di calcestruzzo; le pareti nere di fumo portavano appesi a cavicchi o chiodi i vari arnesi da cucina. L’acqua si prendeva alla fontana del paese e la si portava, dalle donne, in secchi di rame (sedei o caucedrei), tenuti in bilancia sulla spalla da un legno ricurvo (bagilón). Solo nelle famiglie più agiate brillavano sulle pareti i rami ed i peltri. L’acquaio, se c’era, lasciava scorrere le immondizie lungo l’esterno del muro. La stanza da letto, pavimentata in legno e con le pareti pure foderate in legno di larice, abete o crimo, era riscaldata d’inverno dalla grande stufa di cotto (fornel de ole); era dominata dall’alto letto matrimoniale sotto il quale si riponeva un lettino per i bambini (la cariöla) che veniva estratto solo la notte. Prossima al letto c’era la culla (cuna, anticamente intagliata e posta sulla lavorata cassapanca che conteneva la dote della sposa) con i suoi dondoli che servivano a cullare il neonato ed il suo arco intagliato per stendervi il velo protettivo. Successivamente la vecchia e tipica cassapanca venne sostituita dal cassettone con ribaltino. Sulle pareti di legno grezzo facevano bella mostra immagini di santi, qualche olio, rosari con avemarie grosse come nocciole, le pilette dell’acqua santa, mensolette varie ed il Crocifisso con il ramo d’ulivo benedetto. Il davanzale della finestra (balcòn) era spesso abbellito con vasi di fiori (gerani) e la finestra era protetta, specialmente se bassa, da delle inferriate. Generalmente le finestre erano di piccole dimensioni protette da imposte (scuri) di legno e poiché spesso alle case si facevano aggiunte di locali, qualche vano era quasi privo di luce.
Il rustico (mas) era annesso all’abitazione ed è costituito da muratura al piano terra e nei cantoni del primo piano e da legno per tutto il resto dell’edificio. Osservando un rustico è possibile trovare “l’aia o tabià” dove si entrava con il carro agricolo (bròz), la “quarta o cass” dove si teneva il fieno, una o due stalle al pianterreno e sopra l’aia un piano o due (splèoze o sprèise) dove si stendeva l’erba a seccare o si riponeva la paglia dei cereali.
Il tetto sia dei rustici che delle case era sempre di assicelle di larice (scàndole) confezionate con l’apposita scure (fer de le scandole).



CIBO E VESTIARIO
I cibi erano pochi e rustici quanto la casa. Non si conosceva la pasta ed il riso; il pane era fatto nei forni casalinghi con farina di segale o d’orzo macinata nei mulini che l’acqua azionava in ogni paese. Il pane di frumento era quasi che ignoto e solo riservato agli ammalati molto gravi. Dal latte si otteneva l’usuale companatico: il formaggio (casolèt) e la ricotta (poina). Minestre tipiche erano quelle d’orzo, di lenticchie e di fagioli; per gli ammalati si preparava la “panada”. Molto comuni erano la “mosa”, la minestra di granoturco (spoti o brödin), dopo che questo fu coltivato in zone vicine, la polenta e le patate (dalla fine del 1700). La torta di patate (smasì) si cuoceva sotto la cenere, come pure la torta di farina di segale o orzo (tot). I più poveri usavano anche la torta di crusche e pane di crusca (cruschèl). Sotto la cenere si custodiva anche il fuoco dalla sera alla mattina (nella poza de la cendro) per non dover ricorrere all’acciarino. Il condimento era dato dal burro o dai grassi animali, l’olio delle noci e dal lino. Le carni di maiale, vitello, capretto, agnello venivano conservate salandole e affumicandole o mettendole in concia (salamoia).
Il vestito era confezionato con panni filati e tessuti in casa (mezolàn di stoffa di lino e lana) e tutta la biancheria era di lino, pure filato e tessuto dalle frequenti tessitrici (tessàdre). Il panno era ruvido e duraturo. Le donne portavano la camicia bianca a maniche lunghe uscenti dal corsetto (corpèt) più scuro; alla domenica usavano lo scialle a fiorami e negli altri giorni il fazzoletto che spesso veniva incrociato sul petto; portavano grosse calze di lana colorate o nere ed a Pejo alla domenica mettevano nei capelli spadine d’argento secondo l’usanza lombarda. La calzatura comune era con la suola di legno (cosp) o confezionata in casa con panno (scafòni). Fino al 1850 i più benestanti usavano calze celesti, scarpe basse allacciate con fibbia d’argento, calzoni chiusi al ginocchio anch’essi con fibbie d’argento e un cappello di feltro nero.




I MEZZI DI SOSTENTAMENTO
I mezzi di sostentamento erano dati dai prodotti agricoli, dal bestiame e dal bosco. Dal secolo XVII in poi la valle fu caratterizzata dal fenomeno dell’emigrazione che inizialmente fu stagionale (inverno) e successivamente diventò permanente.
Le strade che congiungevano la valle a quelle vicine erano assai scomode, simili a delle mulattiere; peggiori le viottole che congiungevano i paesi alle campagne. Le principali e più frequentate erano quella della Val di Non, attraverso la Rocchetta e Ponte Stori, quelle di Campiglio e del Tonale, passaggi resi anche accessibili dalla costruzione sui passi di ospizi precursori degli odierni rifugi ed alberghi alpini. Su queste vie passava tutto il materiale importato (cuoi, vino, frumento, sale, olio) e il bestiame che si portava alle note fiere di San Matteo a Malè e di San Michele a Fucine.
L’artigianato locale era esclusivamente formato da muratori, falegnami, mugnai, tessitori, fabbri, broccai, bottai, ruotai, sarti e calzolai. Questi ultimi si recavano ad opra di casa in casa, per le spese e per un piccolo compenso, spesso pagato in natura. Altra gente si dedicava al taglio e alla segagione del legname (segantini – boràri).



RELIGIOSITÀ E USANZE
La religiosità delle genti di montagna si manifestava assai più che ai giorni nostri. Non mancava mai la recita in comune del Rosario prima dei lunghi filò nelle basse stalle illuminate da un lume ad olio agganciato alla trave centrale. A quel lume le donne filavano il lino e la lana con il fuso o con il mulinello (röda) e gli uomini raccontavano avventure e storie favolose; qualcuno recitava squarci di classici, perfino di Dante, Tasso ed Ariosto o riassumeva le storie dei Reali di Francia o di Pia de’ Tolomei: ciò si spiega con il grado di istruzione che molti valligiani acquistavano con la permanenza in città nelle periodiche emigrazioni e dopo il 1750 con la frequenza scolastica.
Prima dei pasti il capofamiglia benediceva il cibo; prima del lavoro nel campo o nel prato o nel bosco padrone e operai si facevano il segno della croce; prima di andare a letto si baciava la terra. Diffuso era il culto della Madonna, di Sant’Antonio e di San Vigilio. Sant’Antonio Abate godeva pure larga popolarità e nel suo giorno venivano benedetti gli animali nelle stalle. Il bestiame veniva benedetto pubblicamente anche prima della monticazione. Centro della religiosità era la Pieve e ad essa convenivano le genti per le funzioni religiose da ogni paese della valle, fino a quando vennero a crearsi in ogni centro le cappellanie che diedero origine alle odierne parrocchie.
Di notte per evitare il pericolo di ladri o di incendi, vegliava la guardia notturna, a Pejo armata d’alabarda (la “lombarda”): in caso di allarmi correva al campanile, sempre aperto, a suonare la campana.
La vita era tutta raccolta negli avvenimenti locali; l’istruzione era impartita dai sacerdoti; la superstizione delle streghe e dei medicamenti miracolosi erano assai diffusi; la potestà del padre veniva rispettata come le canizie dei vecchi. Molti infine erano i canti popolari, le filastrocche, le conte, le nenie e i detti o proverbi del repertorio popolare di allora.



IL DIALETTO
Il dialetto parlato in valle è schiettamente italiano, di derivazione veneta. Di fondo latino, ha subito nel corso dei secoli trasformazioni ed influssi. Nella parte bassa della Val di Sole l’influsso venne dalla Val di Non, mentre nell’alta Val di Sole, e quindi anche in Val di Peio, dalle vicine valli lombarde. L’accento varia un po’ da paese a paese. Grosso modo è possibile effettuare la seguente distinzione: dialetto della bassa valle con spiccata influenza nonesa, della media valle (Rabbi compreso) fino a Dimaro e dell’alta valle con un’oasi lombarda nella zona di Ossana e Pellizzano, influsso bresciano nella pronuncia a Vermiglio e qualche particolarità arcaica in Val di Peio.






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